Luigi Mercantini – La Spigolatrice di Sapri

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Me ne andavo un mattino a spigolare
quando ho visto una barca in mezzo al mare:
era una barca che andava a vapore,
e alzava una bandiera tricolore.
All’isola di Ponza si è fermata,
è stata un poco e poi si è ritornata;
s’è ritornata ed è venuta a terra;
sceser con l’armi, e noi non fecer guerra.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Sceser con l’armi, e a noi non fecer guerra,
ma s’inchinaron per baciar la terra.
Ad uno ad uno li guardai nel viso:
tutti avevano una lacrima e un sorriso.
Li disser ladri usciti dalle tane:
ma non portaron via nemmeno un pane;
e li sentii mandare un solo grido:
Siam venuti a morir pel nostro lido.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro
un giovin camminava innanzi a loro.
Mi feci ardita, e, presol per la mano,
gli chiesi: – dove vai, bel capitano? –
Guardommi e mi rispose: – O mia sorella,
vado a morir per la mia patria bella. –
Io mi sentii tremare tutto il core,
né potei dirgli: – V’aiuti ‘l Signore! –

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Quel giorno mi scordai di spigolare,
e dietro a loro mi misi ad andare:
due volte si scontraron con li gendarmi,
e l’una e l’altra li spogliar dell’armi.
Ma quando fur della Certosa ai muri,
s’udiron a suonar trombe e tamburi,
e tra ‘l fumo e gli spari e le scintille
piombaron loro addosso più di mille.

Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!
Eran trecento non voller fuggire,
parean tremila e vollero morire;
ma vollero morir col ferro in mano,
e avanti a lor correa sangue il piano;
fun che pugnar vid’io per lor pregai,
ma un tratto venni men, né più guardai;
io non vedeva più fra mezzo a loro
quegli occhi azzurri e quei capelli d’oro.
Eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti!

(Ogni volta che la sento, rimango incantato, mia madre l’ha studiata alle elementari, quest’anno farà 57 anni, e nonostante tutto i primi due versi se li ricorda ancora perfettamente a memoria.)

58 Risposte to “Luigi Mercantini – La Spigolatrice di Sapri”

  1. keyr Says:

    mamma mia……..ho ricordato il brivido di quando la recitavo.L’ho imparata a memoria anni fa,come tua madre l’ho studiata anche io alle elementari.Mi piaceva,mi piaceva molto.E mi piace,sempre molto.

  2. kAmMykAzE Says:

    – keyr: mi fa molto piacere!😀

  3. Orione Says:

    Ritengo “La Spigolatrice di Sapri” una poesia un pò decadente che nasconde delle verità che la storiografia ufficiale risorgimentale continua a tacere perchè ha paura di rivelare. La storia la fanno i popoli, ha detto qualcuno, ma sono i vincitori che ce la raccontano distorcendola, nascondendola e spesso negandola. A quando un revisionismo del nostro Risorgimento basato sulla verità fondata sulla ricerca storica?

    • Isabella Barberi Says:

      Il Decadentismo è tutt’altra faccenda,a me sembra un bell’esempio di poesia Romantica,e la storiografia ufficiale non ha nulla a che fare con l’invenzione poetica. Pisacane è visto un po’ come Byron che va a combattere per la libertà della Grecia e trova la morte. Insomma,il classico eroe sfortunato.Non dimenticare che “erano giovani e forti e sono morti!”Perciò degni più che mai di compassione,indipendentemente dalla nostra visione politica.

      • Antonio Farinaccio Says:

        Il romanticismo nella penisola non esisteva nemmeno l’Italia Byron e Mercantini non hanno niente in comune. La storia e raccontata dai vincitori. La spigolatrice di Sapri ha avuto una brutta fine uccisa dai liberali della basilicata.

    • Antonio Farinaccio Says:

      Orione, sono pienamente daccordo con te. I toscopadani hanno un milione di persone uccise sulla loro cosciena. Un genocidio e raccontano ancora favolette e mensogne.

  4. Teo Says:

    bella poesia la devo ancora studiare

  5. xxxbimbettaxxx Says:

    fa skifoooooo sta poesia…te fa veni il latte alle ginocchia..io l’ho ftt sl perkè er prof mio me lo ha kiesto sennò k a faceva..vb ciaoooooooooooooooooooo un bacio da casalotti a capitale..

  6. alessia Says:

    m serve urgentissimo ora il commento della spigolatrice di sapri..!!!!!pleaseee😦

  7. Antonino signoretta Says:

    è bellissima

  8. Andrea Says:

    Grazie a Luigi Mercantini per averci dato queste parole che arrivano a toccare il cuore. Grazie a lui non potremo mai dimenticare quei trecento ragazzi che si sono immolati per la nostra unità e per la nostra libertà

  9. Andrea B Says:

    Visto la scogliera dove Mercantini ha immaginato fosse la Spigolatrice e comunque tutta la zona da Sapri verso Maratea (dove tutto poteva esserci ma non il grano) perchè “a spigolare”? Si deve prendere come una libertà poetica?

  10. Umberto S Says:

    Ancora oggi, dopo tanti anni, non riesco a terminare la lettura senza che mi si inumidiscano gli occhi per la commozione.

  11. ato00000 Says:

    sta poesia fa schifo

  12. Umberto S Says:

    Continua a dondolare sul tuo solito ramo sbucciando banane, caro/a ato00000, e lascia perdere, queste sono cose per… “umani”.

  13. ato00000 Says:

    umbe va fanculu

  14. Umberto S Says:

    Come volevasi dimostrare…!!!!

  15. tatiana bastone Says:

    la prima volta lo sentita da mia nonna nata nel1898 avevo circa 6 anni mi e’ entrata subito in testa quando lo studiata a scuola gia’ la sapevo a memoria ogni volta che la sento recitare mi emoziona

  16. Liliana Romoli Says:

    Io l’ho sentita da una amica che era più giovane di me e me ne recitò due parti, con mia grande ammirazione, non solo per la sua memoria, ma anche per l’appassionata recitazione: Perchè a me non la insegnarono? Ma cercherò di rileggerla spesso. Ragazzi, imparatela anche voi, specie idi questi tempi, in cui sifanno acrobazie per dividerrla, l’Italia!

  17. Giuseppe Says:

    Se ricordo bene, furono proprio i Contadini di Sapri, che per difendersi dagli avventurieri di Pisacane attaccarono quei trecento che giustamente ritennero dei pericolosi invasori. Al che più che apprezzare la poesia di Luigi Mercantini. Apprezzo quella di Basilio Santocrile che ci parla delle sofferenze imposte dai conquistatori piemontesi al Regno delle Due Sicilie.

    ERAN TRECENTO
    “Eran trecento: eran giovani e forti: E son morti!”
    Gloria ai caduti da ambo le parti …
    ma sotto la bianca bandiera
    banditi … ad invertire le sorti.

    Banditi a difesa di un regno tradito,
    d’un volgo soppresso invaso straniero,
    soltanto canzoni, battaglie, ho udito.

    All’impari lotta di gente si spoglia …
    spogliata di tutto… tranne l’orgoglio
    ai pianti di donne stuprate su soglia.

    Di bimbi che piangon sepolte le madri amate,
    gli sposi l’accoglie il bosco, la spada, lo schioppo,
    non resta nient’altro che terre e case bruciate.

    Si danno alla macchia, combatton sui monti,
    difendon le prole, le spose, la patria, l’onore, il re,
    non furon chiamati soldati… soltanto BANDITI.

    Per questo da terra natia lontano
    furon soppressi nei lager
    fra Torino e Milano.

    Basilio Santocrile
    ( dal Volume POESIE -) Proprietà letteraria riservata di Basilio Santocrile, viene consentita la riproduzione dei racconti poesie detti ecc.. per intero a mezzo stampa radio TV ed internet, citando l’ autori e il titolo del libro. – basilio.santocrile@libero.it. Fax 06/99331572

    • MAURO Says:

      No. Salvatore NON ricorda bene: gli ufficiali borbonici, che avevano individuato la spedizione ed i suoi scopi, avvisarono i contandini che una banda di briganti sarebbe arrivata per compiere razzie e forse ucciderli.
      Invece volevano aiutarli contro uno dei tanti Re oppressori e, anche se dispiace a qualcuno, lottare (e morire per l’unità d’Italia.
      Forse per il 150° tutti dovremmo documentarci un po’. Ci sono tante mostre ………

      • Antonio Says:

        CARO MAURO, quelli che arrivarono a Sapri, erano gli ergastolani di ponza… cerca di informarti davvero ma non dalla storiografia ufficiale. la vera storia poco si conosce. si conosce quella dei vincitori. consulta il seguente sito: http://www.reset-italia.net/2010/11/15/era-trecento/
        non sono contro l’unità d’Italia, ma a favore. ma sono a favore anche della vera storia e non alle favole che ci sono state turlupinate.
        Antonio

      • Antonio Farinaccio Says:

        A quali briganti ti riferisci? quelli del 1860 a 1872? quelli furono chiamati brigandi dai piemontesi. Prima del 1860 il termine briganti nella penisola italiana non esisteva.

    • Antonio Farinaccio Says:

      Bravo Giuseppe, questa non la conoscevo.

  18. raffucc Says:

    …All’isola di Ponza si è fermata,
    è stata un poco e poi si è ritornata.
    E’ stata un poco? Un poco quanto?
    E a fare cosa?
    Ci dice tutto chi questa storia l’ha realmente vissuta e cioè la cittadinanza di Ponza e tra loro Don Giuseppe Vitiello, prete del paese.
    “Il 27 giugno del 1857 a Ponza vi era una gran calura, il mare era calmo e nel cielo splendeva un sole estivo senza precedenti. Alle ore 15 tutta l’isola era impegnata nella quotidiana siesta: i Ponzesi, i detenuti del bagno penale, i militari addetti alla loro sorveglianza, i relegati in semilibertà: tutti dormivano.

    Nella rada del porto, di fronte alla batteria “Lanternino”, apparve ed accostò lentamente una enorme e bella nave a vapore dal nome in oro: “Cagliari”. Non issava la bandiera tricolore, come dice il Mercantini, bensì la “bandiera rossa” di avaria alle macchine. Stancamente dal porto mosse una lancia che accostò all’inconsueta nave per parlamentare ed offrire assistenza secondo le regole marinare. Quella dell’avaria fu solo uno stratagemma per prendere degli ostaggi. E funzionò. Il Pisacane, accompagnato dai compagni armati di fucili e pistole, sbarcò con la stessa lancia aggredendo la guarnigione portuale ed intimando la resa, pena la morte degli ostaggi trattenuti sulla nave. Nonostante le minacce, alcuni militari del presidio reagirono prima di arrendersi generando un vivace conflitto a fuoco che causò morti e feriti. Gli echi dello scontro ruppero il silenzio pomeridiano e la gente, destata di soprassalto, raggiunse incuriosita le finestre, i balconi ed i tetti per osservare cosa stesse accadendo al porto. Il gran trambusto, gli spari, il fermento di uomini, divise e bandiere mai viste prima di allora fecero emergere nella mente dei Ponzesi un ricordo antico e tremendo: i pirati. Terrorizzati, cominciò un fuggi fuggi generale in un crescente panico che, in breve, fece perdere la calma anche a chi non sapeva cosa stesse esattamente accadendo. Isolani, militari e relegati in regime di semilibertà scappavano per ogni dove a cercare un nascondiglio sicuro. Mentre il Pisacane raggiungeva il quartier generale presso la Torre di Ponza, ponendolo in assedio ed intimandone la resa, i suoi compagni, Giovanni Battista Falcone e Giovanni Nicotera, issarono una bandiera rossa nella piazza principale e quindi, a gran voce, cominciarono a dar spiegazioni di quanto stava accadendo. Ripresosi dallo spavento si affacciarono timidamente dapprima i relegati in semilibertà e quindi i residenti che, comunque diffidenti, si mantennero a distanza di sicurezza.

    Ma quelle teorie politiche così lontane dalla realtà del popolo non attecchirono anzi causarono sgomento e maggior timore. Addirittura reazione quando il Falcone, con dire sicuro e sprezzante, inveì contro la religione, il re e le terre demaniali. I Ponzesi solo sette giorni prima avevano celebrato solennemente il Santo Patrono Silverio e le parole dissacranti del Falcone non piacquero affatto. Inoltre a Ponza, così come in tutte le regioni del sud, i contadini coltivavano le terre demaniali quali usi civici loro assegnati gratuitamente come beni provenienti dallo smantellamento graduale degli antichi feudi. Essi sfruttavano terreni dello stato in “enfiteusi perenne” tuttavia senza divenirne mai veri proprietari. Una specie di “sistema comunista” ante litteram. Sconvolgere quel delicato equilibrio, che comunque assicurava la vita, la pace e la giustizia sociale, spaventò i Ponzesi ancor più dei pirati tanto che, alla chetichella, lasciarono il luogo della riunione per vedere il da farsi. Intanto i rivoluzionari infervorati dai loro stessi discorsi parlavano di repubblica e di fantomatiche rivolte a Napoli, Roma, Genova, Livorno e Reggio Calabria ed alcuni militi della “compagnia disciplina” relegati a Ponza sembravano dar credito a quelle parole. Ma ciò non bastava a Pisacane: egli aveva bisogno di far scattare sul serio la scintilla della rivolta generale, non limitarsi a fare un comizio in quella semideserta ed ambigua piazza isolana. Avrebbe voluto cominciare proprio da Ponza la sua rivoluzione coinvolgendo la popolazione di quella sperduta isola, estremo confine dello Stato Napoletano, per poi sbarcare lungo le coste e propagare i moti. Pisacane ben presto si rese conto però che nonostante i suoi incitamenti proprio la popolazione non c’era. Ignorando i veri motivi di quella defezione, pensò di riuscire a coinvolgere tutti con l’azione e l’esempio innescando lui stesso la scintilla della rivolta. Per rendere la cosa più coinvolgente la scintilla la fece partire proprio da dove si governava la popolazione: gli uffici del Comune. Qui Giovanni Nicotera, futuro Ministro dell’Interno dello Stato Unitario, dopo essersi impossessato della cassa del Comune appiccò il fuoco agli archivi ed all’antica biblioteca dei monaci Cistercensi quindi, guidato dai relegati in semilibertà, fece il resto assaltando il dazio ed il giudicato (la pretura). Ma, com’era prevedibile, fu peggio: i Ponzesi presi da maggior sgomento si rinchiusero a doppia mandata nelle case e nelle caverne poste sulla sommità del Monte Guardia.

    Il Pisacane, innervosito, deluso e disperato dall’atteggiamento di quella “strana popolazione a cui non andava di rivoltarsi contro il tiranno”, aprì i cancelli del bagno penale della “Parata” che allora accoglieva circa 1800 delinquenti comuni.

    Una minacciosa turpe di individui invase vicoli e strade come un torrente in piena. I loro zoccoli crepitavano sul lastricato ed il brusio iniziale diventò man mano un vociare sguaiato e terrificante. Anni di lavori forzati, rabbia repressa mista ai più profondi e bestiali istinti avevano trasformato quegli uomini in belve dai lineamenti vagamente umani.

    Il paese fu messo a ferro e a fuoco da quei forsennati: gli spari, le violenze, le urla, i lamenti echeggiarono per molte ore. Il fumo soffocante degli incendi propagatisi fino ai vigneti ed agli uliveti delle colline, contribuì a rendere ancora più tremendamente infernale quella notte di anarchia.

    Il Pisacane, per inibire ogni reazione contro la sua operazione, si era preoccupato sin dallo sbarco di prendere in ostaggio il comandante della guarnigione Magg. Antonio Astorino ed i suoi ufficiali ma non pensò al prete: Don Giuseppe Vitiello. Questi, di fattezze minute ma di una furbizia ed un temperamento fuori da ogni immaginazione, comprese immediatamente la natura e gli intenti di quegli uomini. Già dallo sbarco, senza perdere tempo e, soprattutto, senza perdersi d’animo, si era dato da fare per creare una vera e propria linea difensiva a metà isola, raggruppando gendarmi e civili, impedendo così che il Pisacane ed i detenuti del bagno penale ormai liberi dilagassero su tutto il territorio isolano causando ben maggiori danni. Grazie alla prontezza del parroco, figura emblematica e vero eroe ponzese dimenticato, parte della popolazione poté mettersi in salvo raggiungendo anche a nuoto la zona nord dell’isola. Don Giuseppe, inoltre, ordinò un’incursione notturna per l’affondamento silenzioso delle imbarcazioni risparmiate dai rivoltosi ancora galleggianti ed all’ancora nel porto, per evitare fughe di massa ed, infine, organizzò un equipaggio che, con una lancia forte di 8 remi comandata da Ignazio Vitiello, partì alla volta di Gaeta per dare l’allarme e chiedere aiuto.

    Fallita la rivolta popolare, il Pisacane si preoccupò di reclutare tra i relegati stessi quanta più gente possibile per lo scopo primario della sua missione: lo sbarco a Sapri. Ma anche questa volta la sua delusione fu tanta. Oltre alla diserzione dei ponzesi, di quelle migliaia di detenuti solo pochi si fecero avanti e nei volti di quei pochi si leggeva l’unico e vero obiettivo: raggiungere il continente per darsela a gambe. La maggior parte dei forzati che accettarono di seguire la spedizione erano di Sapri e dintorni, essi si erano macchiati di crimini e violenze di ogni genere e pertanto condannati ad espiare la loro pena ai lavori forzati nel bagno penale di Ponza. Gli altri preferirono restare ed accontentarsi di quella inaspettata ed insolita festa. Infatti, molti relegati dopo aver abusato di vino, cibo, canti, balli e violenze si disseminarono lungo spiagge, grotte e campi per abbandonarsi in un profondo sonno. Molti altri, alle prime luci dell’alba, rientrarono prudentemente nel bagno penale. Fatto giorno lo spettacolo era raccapricciante, ma Don Giuseppe, come al solito, non si perse d’animo. Assicuratosi che il Pisacane fosse effettivamente ripartito, fece liberare il comandante della guarnigione, gli ufficiali, i graduati ed il resto della gendarmeria che immediatamente si diede a riacciuffare qua e la i relegati ormai fiaccati dai bagordi notturni. Si spensero gli incendi, si recuperarono le masserizie e le suppellettili, si risistemò alla meglio la chiesa, si recuperarono gli animali, si ritirarono su le imbarcazioni, si aprì l’infermeria ai feriti, si ripulirono le strade e le piazze, fu issata la bandiera sulla Torre. Nel frattempo arrivò una nave da guerra che sbarcò alcune centinaia di militari con il compito di completare la bonifica ed arrestare i più ostinati ancora barricati e nascosti nelle campagne e negli anfratti”.
    Quello che poi realmente successe dalle parti di Sapri e di Padula è un’altra storia.

    Mi domando, se il Mercantini avesse saputo la vera storia della spedizione del Pisacane avrebbe comunque scritto la poesia (anche se su commissione) cosi come la conosciamo?

  19. Eliphas Says:

    Sono un piemontese discendente di uno dei “conquistatori” del Regno delle Due Sicilie, e devo purtroppo dire che raffuc mi ha convinto.
    Però il Don Giuseppe Vitiello doveva essere veramente uno “stinco di santo”, più avvezzo ad ammazzare che a recitare giaculatorie.

    • Antonio Farinaccio Says:

      Sei piemontese e non sono stati i piemontesi a conquistare il regno. Non avevate ne mezzi e ne forza per farlo. La Francia e Inghilterra vi hanno usati per commettere un fraticidio e genocidio. Un giorno verra il vostro turno.

  20. gionatan Says:

    questa poesia e bella e brutta ma io volevo uncommento e un tema che spigasse la spigolatrice di sapri perfavore mi potete scrivere o darmi un link su questa poesia

  21. gionatan Says:

    mi potete scrivere o link con un tema sulla spigolatrice di sapri

  22. Eliphas Says:

    Per gionatan
    Prova su http://skuola.tiscali.it/ottocento-letteratura/800-autori-opere/mercantini-luigi-spigolatrice-di-sapri.html
    poi avrai altri suggerimenti ed indicazioni

  23. Twilight97 Says:

    ^_^

  24. gabry Says:

    mi è piaciuto il commento di Raffucc perchè non conoscevo la realtà dei fatti
    (speriamo che sia quella giusta):Resto però molto perplessa sulle reazioni di alcuni giovani che non solo rifiutano la realtà passata,ma la insultano.Sono sempre più convinta che mancano gli ideali e che la nostra realtà quotidiana deve appropriarsi di nuovo di idee vere,ma chi deve trasmetterli?? La scuola,non solo(io sono un’ex insegnante che ha faticato molto a spiegare fatti che non avevano niente a che fare con la quotidianità)
    La TV è la guida sbagliata per le nuove generazioni che si illudono che tutto sia facile e poi urtano contro una realtà a loro ostile…

    • Antonio Farinaccio Says:

      La realta? La realta toscopadana oppure meridionali. Vedi che a scuola negano gl’autori del risorgimento meridionali. Secondo te che realta predicano? perche hanno paura? Qualcosa di brutto lo stato nasconde.

  25. zeppo Says:

    forse sarebbe il caso di ricordare che questa è un prodotto letterario, una poesia, non una ricerca storica. Allora bisogna collocarla nel tempo per darle il giusto significato. Siamo nel Romanticismo e in Italia, l’itellettuale romantico si preoccupa e si assume l’incarico di essere portatore di ideali, di elevare la consapevolezza del popolo, troppo preoccupato della sopravvivenza quotidiana per rendersi conto dei grandi cambiamenti in atto che porteranno, attraverso il Risorgimento all’unità d’Italia. Basterebbe ricordare Il Conciliatore e i suoi scopi, ma anche il lavoro letteraio di MAnzoni e le sue finalità, quello di musicisti come Verdi, che attraverso l’opera lirica trasmette i valori di PAtria, riscatto nazionale ( non per nulla i patrioti milanesi dicevano W Verdi, rivolti agli austriaci, come acronimo di Italia Unita). Allora Mercantini, attraverso la Spigolatrice vuole far passare messaggi di Patria, collaborazione alla rivolta per fini unitari. Per far questo usa un linguaggio e delle immagini che possano far presa sul popolo, contro la propaganda conservatrice borbonica, papalina e non solo. Per questo l’eroe biondo con occhi azzurri (Pisacane non era biondo né con occhi azzurri), la spigolatrice, una donna del popolo che condivide l’impresa, infatti va con i trecento. Non c’entra il grano, i fatti storici realmente accaduti: è il tentativo dello scrittore romantico di far passare messaggi difficili da capire per farli condividere al rsto degli italiani.
    Un’attenta analisi porterebbe alla scoperta di tanti altri particolari letterari utili a questo tipo di lettura. Non solo Mercantini fa questo, ma tutti gli intellettuali romantici italiani. Avete mai letto la canzone “All’Italia” di Leopardi? Provate.
    Tutto ciò per tentare di distinguere la storia, i fatti, dalla fiction.

    • Antonio Farinaccio Says:

      Il romanticismo e’ un movimento artistico nordico non Italiano. Dove era l’Italia a quei tempi? in piemonte di sicuro no, Milano una citta provinciale austriaca anche il veneto, Firenze dormiva non ricordava nemmeno il suo rinascimento anzi il termine e francese. Roma una massa di “suttane” Resta solo Napoli ma questo per voi italioti e dura da diggerire. Non conoscete che i “lazzaroni” eppure Charle Dickins dimostra che anche Londra aveva i suoi “lazzaroni”.
      A proposito di lazzaroni Gagliani un domenicano che fu ambasciatore in francia per il regno delle due sicilie fu il primo a usare il termine. Fu anche uno dei personaggi del’illuminismo napoletano.

    • Antonio Farinaccio Says:

      Guarda che i Savoia erano piu conservatori che i Borbone. Oggi si denigra i Borbone perche si vuole nascondere la verita’ storica. Lo stato vi fa un lavaggio di cervello.

  26. Umberto S Says:

    zeppo, veramente una spiegazione.. “professorale”, alla faccia della Gelmini.

    P.S.
    Però hai tralasciato di spiegare che W Verdi voleva significare: W Vittorio Emanuele Re d’Italia.

  27. Umberto Salvo Says:

    E’ uscito un piccolo libro dedicato agli scritti di Pisacane edito dalla Mimesis Edizioni, dal titolo: ” Carlo Pisacane, Eguaglianza”, con un’introduzione di Morris Ghezzi intitolata: “Eran trecento e liberatori”.
    Dalla presentazione apprendiamo che: ” Gli scritti di Pisacane e la sua attività rivoluzionaria, rappresentano la prima manifestazione di un nucleo italiano di pensiero socialista, in cui si collega l’ideale dell’indipendenza nazionale alle aspirazioni di riscatto sociale e politico delle masse contadine.
    Pisacane credette che prima ancora dell’istruzione e formazione del popolo, secondo quanto predicava la dottrina mazziniana, occorresse risolvere la questione sociale, ossia la questione contadina con la riforma agraria”.

    “Carlo Pisacane (1818-1857) è la figura più radicale del risorgimento italiano, sostenitore e protagonista di una via rivoluzionaria. Partecipò attivamente all’impresa della Repubblica Romana, ed è celebre soprattutto per il tentativo di rivolta che iniziò con lo sbarco a Ponza e che fu repressa nel sangue a Sanza, da quei contadini oppressi che egli voleva liberare”..

  28. raffucc Says:

    Quanta retorica risorgimentale leggo negli ultimi commenti del tipo: “…contadini oppressi da liberare”, oppure: “…propaganda conservatrice borbonica”, ecc.
    Abbiamo studiato sui libri di scuola che il sud doveva “essere
    liberato” per unirlo all’Italia, ma vi siete mai chiesto da chi doveva essere liberato visto che il Regno delle Due Sicilie era uno stato autonomo ed indipendente da oltre 132 anni?
    Non fu piuttosto un’aggressione ad una Nazione da sempre pacifica e prosperosa ad opera di un’altra guerrafondaia e mirante alle ricchezze altrui?
    Vi siete poi chiesto perchè a quell’aggressione seguirono ben 12 anni di guerra civile, fatta passare come guerra al brigantaggio, quando poi in realtà fu la popolazione a scendere in armi per difendere le proprie terre e le proprie cose dai famelici predatori venuti dal nord?
    Brutta cosa fu il risorgimento, dove i carnefici diventavano eroi e le vittime Briganti.

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